Lo sapevate che…oggi ho mandato in crisi la mia memoria muscolare. Due volte.

Sì, avete letto bene: due volte. Perché quando decido di complicarmi la vita, lo faccio con una certa eleganza: passare a una tastiera meccanica split con layout americano mentre costruisco un workflow da tastiera con Linux e Neovim.

Prima mossa geniale: passare a una tastiera meccanica split, quelle divise in due metà che ti fanno sembrare un pianista confuso ogni volta che cerchi di scrivere la lettera T o la B.

Seconda mossa ancora più brillante: sceglierla con layout americano. Perché, evidentemente, mettere in difficoltà il mio cervello una sola volta non bastava.

Ma perché tutto questo?

Per un motivo che sembra assurdo: semplicità.

Il mio obiettivo è usare sempre meno il mouse e spostarmi il più possibile solo con la tastiera. Perché il mouse è lento, il mouse interrompe il flusso, il mouse è un invito costante alla distrazione.

Questa ricerca dell'efficienza è iniziata quando ho fatto il grande salto: Linux. Un percorso che mi ha portato anche a ripensare completamente la mia infrastruttura personale, passando da configurazioni manuali a Infrastructure as Code.
E con Linux è arrivato Neovim.
E con Neovim ho scoperto una cosa che prima sospettavo soltanto: c’è un modo di lavorare in cui le mani non devono mai lasciare la tastiera.

È come imparare a suonare uno strumento: all’inizio sei rigido e sbagli di continuo, poi improvvisamente tutto diventa naturale. E più impari, più capisci che non stai solo scrivendo codice: stai interagendo con il computer a un livello più profondo.

Quando praticavo arti marziali, mi è rimasta impressa una frase del mio maestro. Ogni tecnica costruiva un tassello, che poi il mio cervello sarebbe stato in grado di richiamare al momento giusto, concatenandolo con gli altri tasselli durante un combattimento. E la pratica avrebbe reso questo meccanismo sempre più "reattivo".

Come siamo arrivati fin qui: un viaggio nella storia dell’editing

Per capire quanto sia “naturale” lavorare solo da tastiera bisogna guardare indietro.

All'inizio c'erano i line editor — ed e ex — pensati per terminali seriali che stampavano su carta continua (sì, la carta vera). Si modificava il codice una riga alla volta, come se stessi inviando telegrammi al computer.

Immagina la scena: devi cancellare la riga 3 del tuo programma. Con ed scrivevi 3d e speravi di ricordarti cosa c'era scritto, perché non la vedevi più. Volevi controllare? Dovevi stampare di nuovo tutto. Il debugging era metà pazienza, metà preghiera.

Poi arrivarono i monitor CRT, quelli a tubo catodico che oggi vedi solo nei musei, e con loro gli screen editor come "vi" ed Emacs. Per la prima volta potevi vedere un'intera pagina di testo e muovere il cursore liberamente con hjkl (sì, le frecce direzionali non esistevano ancora sulla tastiera!). Rivoluzionario è dir poco.

Ed è qui che “vi” mostrò il suo vero superpotere: funzionava praticamente ovunque.
C'erano centinaia di terminali diversi, ognuno con i suoi modi eccentrici per cancellare lo schermo o muovere il cursore. Un DEC VT100 usava una sequenza, un Televideo 925 un'altra, un Wyse 50 un'altra ancora. Un incubo.

"vi" risolse il problema in modo elegante: invece di scrivere codice diverso per ogni terminale, usava un database esterno che descriveva le "capacità" di ciascuno (prima termcap, poi terminfo). Stesso editor, centinaia di terminali supportati. Una soluzione tanto semplice quanto geniale.

Poi arrivò l’era grafica, gli editor moderni, le finestre, i menu. Ma “vi” (e Vim, e ora Neovim) rimasero.
Perché chi impara a usarli scopre che la riga di comando e i tool minimalisti invecchiano bene: non passano mai di moda.

Less is more (letteralmente, in questo caso)

Studiando Linux e Bash ho incontrato una filosofia che mi ha preso al laccio: fare una cosa sola, e farla bene.

È il cuore dell’Unix mindset.
E sì, è anche un gioco di parole con due comandi classici.

  • more permette di leggere un file una schermata alla volta… e puoi solo andare avanti. Se ti accorgi di aver perso qualcosa? Pazienza, ricomincia da capo.
  • less è arrivato dopo e ha ribaltato tutto: scorri avanti e indietro, cerchi con /, salti a inizio e fine file, filtri al volo. Prova a fare dmesg | less e poi premi /error per cercare gli errori di sistema. Capisci subito la differenza.

Tecnicamente, less non carica il file tutto in memoria: lo legge a blocchi, facilitando l’uso con file enormi o con comandi in pipe (ps aux | less). Supporta ricerca, highlight, bookmark temporanei, jump rapidi e perfino comandi di shell. È un piccolo visualizzatore interattivo mascherato da comando “semplice”.

Insomma, less fa più di more.
Da qui l’ironia perfetta: less is more.

Vim (e Neovim) incarnano questo spirito.
Non cercano di essere IDE onnipotenti con mille funzioni che userai una volta l’anno.
Sono editor puri, essenziali, ottimizzati per la loro funzione principale: editing.

Tutto il resto? Lo componi tu.
Plugin, tool esterni, combinazioni di comandi che diventano parte della tua memoria motoria.
E soprattutto: fai in modo che sia il computer a lavorare per te. Come dice il libro che sto leggendo:

“You learn shortcuts that transfer more and more of the editing work to the computer—where it belongs.”

Questa frase mi sta cambiando il modo di lavorare.

Il punto (ovvero: perché sto soffrendo volontariamente)

Sì, al momento sto torturando la mia memoria muscolare.
Sì, cerco la @ nel posto sbagliato.
Sì, premo tasti a caso sperando che facciano ciò che facevano ieri.

Ma sto costruendo un ambiente in cui la tastiera diventa un'estensione naturale del pensiero. Un ambiente dove pensare "voglio cambiare quella parola" e farlo richiedono lo stesso istante: ciw (change inner word) e via. Nessun click, nessun doppio click, nessuna selezione con il mouse. Solo pensiero → azione.

E non è l'unico esempio: dw (delete word), dd (delete line), yy (yank/copy line), /pattern per cercare. Ogni comando è una frase compressa. Una volta che capisci la grammatica, diventa una seconda lingua


Un ambiente coerente con la filosofia che sto abbracciando: meno fronzoli, più sostanza.
Meno clic, più flusso.
Meno interruzioni, più controllo.

E ogni volta che il mio dito sbaglia un tasto, mi ricordo perché lo sto facendo: perché voglio che sia il computer a fare il lavoro pesante, e non il contrario.


P.S. Se mi vedete fissare la tastiera con lo sguardo perso nei prossimi giorni, non preoccupatevi. Sto solo cercando qualche tasto nel posto sbagliato.

📚 Libri citati in questo post:

  • The Linux Command Line: A Complete Introduction (2nd Edition)
    William Shotts | No Starch Press, 2019
    💡 Sto leggendo questa edizione, ma ho scoperto che la 3ª è in arrivo!
    Versione gratuita (PDF)
  • Learning the vi and Vim Editors (8th Edition)
    Arnold Robbins et al. | O'Reilly Media, 2021

Related Post

Maggio 14, 2025
Il mio viaggio con AWS SageMaker

Sono entusiasta di condividere che ho recentemente completato l'AI Engineering Bootcamp: Build, Train and Deploy Models with AWS SageMaker della scuola Zero To Mastery tenuto da Patrik Szepesi! Dopo giornate di apprendimento intensivo e progetti pratici, ho acquisito competenze cruciali che mi hanno fatto progredire nel mio percorso come ingegnere AI. Cos'è AWS SageMaker? Per […]

Aprile 21, 2026
Ti sei perso tra gli .env? Ecco come ho messo ordine con 1Password

Dal dev locale al deploy in Docker, passando per GitHub Actions. Uno smoke test pratico, con tutti gli inciampi che ho trovato strada facendo. Un mese fa vi ho raccontato come ho messo fine al caos delle chiavi SSH con 1Password (prima puntata qui). Era la parte facile: una volta capito come funziona l'SSH Agent, […]

veronicaschembri
Copyright © Veronica Schembri

Privacy Policy
Cookie Policy
💬