Il giorno dei trifidi (e delle scoperte inattese)
L’altro giorno stavo guardando l’ultima puntata di The Sandman (2x12) e sono rimasta colpita da un dettaglio che, per certi versi, rovescia le aspettative: la Morte, in questa storia, è la figura che dona Vita.
Non nel senso letterale, certo. Ma quando il protagonista sembra deciso a farla finita, una distrazione inaspettata cambia tutto. In una discarica, tra i rifiuti, trova dei libri. Uno in particolare attira la sua attenzione: Il giorno dei trifidi. È come se la curiosità, quella miccia che accende le passioni, fosse bastata a risvegliarlo.
Spoiler: anche io sono stata "risvegliata".
Ho ordinato subito il libro. E già dalla prefazione, scritta da Fabio Genovesi, ho capito che questa scoperta era tutt’altro che banale.
Ho scoperto che Il giorno dei trifidi, scritto da John Wyndham, è l’origine invisibile di molti immaginari che oggi riconosciamo come familiari: da The Last of Us a The Happening di Shyamalan, passando per l’eco-horror, l’ingegneria genetica, le catastrofi ambientali… Tutto parte da lì.
Ma c’è di più.
Quando la fantascienza non è affatto "fantasia"
Dalla prefazione ho sottolineato vari passaggi. Uno in particolare mi ha colpito:
“La più grande fantascienza è la realtà.”
Wyndham non immaginava mondi alieni popolati da creature tentacolari. I suoi protagonisti non sono eroi, ma persone comuni: autisti, impiegati, negozianti. E le minacce non vengono da Marte, ma da ciò che noi stessi abbiamo creato – e modificato.
I trifidi, ad esempio, sono piante terrestri che l’uomo ha selezionato, potenziato, e infine perso di controllo. Sono un simbolo potente, radicato in quello che chiamiamo “progresso”.
Mi ha ricordato qualcosa.
Errori prevedibili, tragedie evitabili
Nell’introduzione del libro si racconta delle tecniche di Lysenko, e della grande carestia cinese. Milioni di morti causati da teorie agricole sbagliate, sostenute per ideologia e non per evidenza. E anche quando gli effetti erano evidenti, si preferì ignorarli: i responsabili decisero di dare la colpa a quattro piaghe naturali — passeri compresi — sterminati in massa, con conseguenze ancora più disastrose.
L’ecosistema, privato dei suoi equilibri, si rivoltò. Locuste ovunque. Raccolti annientati. Fame.
Mi ha ricordato un’altra tragedia. Un’altra occasione in cui si è scelto di andare avanti nonostante gli avvertimenti.
Il 28 gennaio 1986, lo Space Shuttle Challenger esplose 73 secondi dopo il lancio.
Un disastro che forse si sarebbe potuto evitare. Gli ingegneri avevano segnalato che le guarnizioni degli O-ring non avrebbero resistito al freddo di quella mattina. Ma le loro preoccupazioni furono ignorate dai manager.
“Speravamo che tutto sarebbe andato per il meglio.”
È una frase che pesa. È il simbolo di una cultura che preferisce la velocità alla riflessione, il risultato alla responsabilità.
Ho parlato più a fondo di questo nel mio articolo: “Saper dire di no è professionalità”.
Questo pattern mi inquieta. Perché lo vedo ancora oggi.
Ogni volta che ignoriamo le conseguenze dei nostri gesti in nome della semplificazione. Ogni volta che decidiamo di non approfondire, per paura o per pigrizia. Ogni volta che vogliamo una tecnologia (o un algoritmo) che funzioni senza sapere come.
Ed è qui che ho pensato anche all’AI
Spesso si parla di intelligenza artificiale come se fosse altro, aliena, distante da noi. In realtà è una tecnologia creata e allenata da esseri umani, con i nostri dati, i nostri bias, i nostri limiti.
Eppure molti la subiscono con terrore o con fede cieca.
“Non solo dobbiamo cominciare a ricostruire: dobbiamo anche ricominciare a pensare, il che è più difficile e assai più sgradevole.”
Questa frase mi ha scosso. È quello che sento ogni volta che parlo di AI: dobbiamo essere più consapevoli. Solo così possiamo ridurre la paura — e aumentare la comprensione.
Curiosità, passione, disegno
Un libro trovato per caso in una puntata di una serie. Una prefazione che ti fa scoprire connessioni con la storia, la scienza, il nostro tempo.
Tutto nasce da un gesto semplice: curiosità.
E per celebrare questa scoperta, ho voluto disegnare qualcosa.
Qualcosa che unisca ironia e minaccia, come i trifidi, ma anche la mia vena nerd: le piante carnivore di Super Mario.
Conclusione
La realtà è spesso molto più spaventosa — e affascinante — di qualunque finzione. Ma anche nelle discariche, a volte, si trovano storie che ci salvano.
E chissà, magari iniziano proprio con una copertina sgualcita, o con una frase come:
“Quando un giorno che sapete essere un mercoledì inizia sembrando una domenica, da qualche parte c’è qualcosa che proprio non va.”