Chi nasce tondo può morire quadrato: neuroplasticità, Dragon Ball e intelligenza artificiale

Da un fumetto sulla mente umana, passando per la Stanza dello Spirito e del Tempo, fino agli agenti AI che imparano a muoversi nello spazio.


Il cervello non è una macchina

C'è un libro che dovreste leggere. Si chiama A Panda piace capirsi, ed è forse l'opera più personale di Giacomo Bevilacqua. Non è un semplice fumetto: è il racconto di un viaggio di introspezione, della ricerca di strumenti per capire come funziona la nostra mente e di cosa succede quando impariamo ad ascoltarla davvero. Bevilacqua racconta di aver vari libri sull'argomento, di aver testato esercizi su sé stesso, e di aver deciso di condividere tutto questo attraverso il suo alter ego più amato: Panda.

Leggendolo, mi è venuta la curiosità di approfondire e ho iniziato Il cervello infinito di Norman Doidge, uno dei testi fondamentali sulla neuroplasticità. E qui la prospettiva si allarga.

Per secoli, la scienza occidentale ha trattato il cervello come una macchina. Tutto inizia con Galileo e con il fascino dell'immagine meccanicista del corpo umano: ingranaggi precisi, componenti fissi, funzioni immutabili. Poi arriva il localizzazionismo di Paul Broca, che assegna a ogni area del cervello una funzione specifica.

L'idea si cristallizza: una volta che un componente si rompe, il danno è irreversibile. Un congegno perfetto che, una volta inceppato, rimane irrimediabilmente danneggiato.

Questa visione ha dominato la neurologia per tutto il Novecento. E ha avuto conseguenze sottili ma profonde anche sulla cultura popolare. Pensate a quanti modi di dire riflettono questa idea di immutabilità: chi nasce tondo non può morire quadrato.

Come se la forma della nostra mente fosse scolpita nella pietra al momento della nascita.

La neuroplasticità ribalta tutto.

Il cervello non è una macchina: è un organismo vivo, capace di riconfigurarsi, di riorganizzare le proprie connessioni, di compensare danni e di apprendere cose nuove in ogni fase della vita.

Doidge racconta storie che sembrano impossibili: persone dichiarate incurabili dopo ictus devastanti che recuperano le proprie funzioni, non vedenti che iniziano a percepire lo spazio, ottantenni che riportano la memoria ai livelli di quando ne avevano cinquantacinque.

Il messaggio è potente e semplice: chi nasce tondo può morire quadrato. O triangolare. O in qualsiasi forma desideri. Il cervello può cambiare sé stesso.


Il paradosso neuroplastico e le cattive abitudini

Ma c'è un dettaglio cruciale che rende tutto più interessante: il paradosso neuroplastico. La stessa capacità del cervello di cambiare è responsabile sia della flessibilità che della rigidità. Quando ripetiamo un comportamento, un pensiero, un'abitudine, il cervello rinforza quelle connessioni sinaptiche.

Vale il principio del use it or lose it: le sinapsi che usi si rinforzano, quelle che trascuri si indeboliscono e muoiono.

Questo significa che la neuroplasticità non lavora solo a nostro favore. L'ansia, la depressione, le dipendenze, i pensieri intrusivi sono anch'essi prodotti della plasticità cerebrale. Il cervello ha imparato quei pattern e li ha consolidati. La buona notizia è che, se li ha imparati, può anche disimpararli e sostituirli con pattern nuovi.

Bevilacqua lo racconta con una sincerità disarmante: la neuroplasticità non è magia istantanea. Sono trentanove giorni in cui fai un esercizio e sembra non funzionare. Poi, il quarantesimo giorno, qualcosa scatta. È un processo, non un interruttore.


La Stanza dello Spirito e del Tempo

Ed è qui che entra Dragon Ball.

Dragon Ball è stato il mio primo manga, e non lo sapevo ancora, ma Akira Toriyama mi stava insegnando la neuroplasticità prima che io sapessi cosa fosse. Senza etichette, senza termini scientifici, solo attraverso un Saiyan con i capelli a punta e un entusiasmo contagioso per ogni nuova sfida.

Pensateci: qual è la reazione di Goku quando appare un nemico più forte di lui? Paura? Rassegnazione? Niente di tutto questo. Goku non sta nella pelle. I suoi occhi si illuminano, il suo primo pensiero è correre ad allenarsi. Quando arriva un nemico apparentemente invincibile, Goku non vede un ostacolo insormontabile: vede un'opportunità di crescita. E la Stanza dello Spirito e del Tempo diventa la metafora perfetta di questo processo: uno spazio dove il tempo rallenta e l'allenamento si intensifica, dove un anno di pratica si comprime in un giorno.

Non è forse questa la neuroplasticità in forma narrativa? La convinzione profonda che con l'esercizio ripetuto, con la sfida costante, con il mettere il cervello (e il corpo) sotto pressione, si possa superare qualsiasi limite percepito. Goku non ha una mente fissa. Goku ha la mente più plastica dell'universo.

E il parallelo va oltre. In Dragon Ball, ogni arco narrativo segue lo stesso schema: arriva una minaccia più grande di tutto ciò che è venuto prima, i protagonisti vengono sconfitti, si allenano, si adattano, e alla fine superano quel limite. È il use it or lose it applicato alla narrativa shōnen. Ogni Saiyan diventa più forte dopo ogni sconfitta, letteralmente. Toriyama, forse senza saperlo, ha raccontato a milioni di ragazzi in tutto il mondo che il fallimento non è la fine, ma l'inizio di una trasformazione.

Ringrazio Akira Toriyama per avermi trasmesso questa mentalità molto prima che la scienza me la spiegasse.


Il senso che non sapevi di avere

C'è un passaggio nel Cervello infinito che mi ha particolarmente colpito: quello sul senso dell'equilibrio. Doidge racconta la storia di Cheryl, una donna che viveva nella costante sensazione di cadere a causa di un danno al suo apparato vestibolare. Il sistema vestibolare è ciò che ci dà il senso dell'equilibrio, eppure non fa parte dei cinque sensi che impariamo a scuola.

Pensateci: vista, udito, tatto, olfatto, gusto. E l'equilibrio? È un senso fantasma, ufficialmente non riconosciuto, ma senza il quale tutto il resto crolla.

Senza equilibrio non c'è orientamento nello spazio. Senza orientamento nello spazio non c'è navigazione. E senza navigazione non c'è interazione con il mondo.

Il neuroscienziato Paul Bach-y-Rita riuscì a costruire un dispositivo che, tramite stimolazioni elettriche sulla lingua, forniva a Cheryl segnali di equilibrio alternativi. Il cervello di Cheryl imparò a reinterpretare quei segnali e a ricostruire il senso dell'equilibrio attraverso un canale sensoriale completamente diverso. Neuroplasticità allo stato puro.

E questo mi ha fatto pensare immediatamente all'intelligenza artificiale.


Quando le macchine imparano a orientarsi nello spazio

Uno dei filoni di ricerca più affascinanti nell'AI degli ultimi anni è quello degli agenti embodied: intelligenze artificiali che non si limitano a elaborare testo o immagini, ma che devono imparare a muoversi, orientarsi e interagire con uno spazio.

I primi esperimenti significativi risalgono al 2016, quando DeepMind creò il DeepMind Lab, un ambiente 3D costruito sul motore di Quake III Arena. L'idea era tanto semplice quanto ambiziosa: mettere un agente AI dentro un labirinto tridimensionale e vedere se riusciva a orientarsi. L'agente riceveva come input solo i pixel dello schermo, esattamente come un essere umano che si guarda intorno. Niente mappa, niente GPS, niente istruzioni: solo visione e ricompense per aver trovato obiettivi.

L'agente si muoveva nel labirinto usando reinforcement learning asincrono. Versioni multiple dell'agente affrontavano il problema in parallelo, confrontavano le proprie esperienze, e convergevano verso strategie di navigazione sempre più efficienti. Proprio come un neonato che, cadendo e rialzandosi, costruisce pezzo dopo pezzo il suo senso dello spazio.

Ma la svolta più straordinaria è arrivata nel 2018, con un paper pubblicato su Nature da Banino, Barry e il team di DeepMind: "Vector-based navigation using grid-like representations in artificial agents". I ricercatori avevano addestrato una rete neurale ricorrente a localizzarsi in un ambiente virtuale, usando solo segnali di velocità (proprio come fa il nostro sistema vestibolare con la propriocezione). E qualcosa di inaspettato è emerso spontaneamente: la rete ha sviluppato grid cells artificiali.

Le grid cells (cellule griglia) sono neuroni reali, scoperti nel cervello dei mammiferi nel 2005. Queste cellule si attivano formando uno schema esagonale regolare mentre l'animale esplora l'ambiente, creando una sorta di GPS interno, un sistema di coordinate biologico. La loro scoperta è valsa il Premio Nobel per la Fisiologia o Medicina nel 2014 a John O'Keefe, May-Britt Moser e Edvard Moser.

Il fatto che una rete neurale artificiale, senza che nessuno glielo avesse esplicitamente insegnato, abbia reinventato la stessa soluzione che la natura ha selezionato attraverso milioni di anni di evoluzione è qualcosa che toglie il fiato. L'agente dotato di queste grid cells artificiali navigava meglio di un giocatore professionista umano, era capace di prendere scorciatoie mai percorse prima, e mostrava una flessibilità di navigazione paragonabile a quella dei mammiferi.

Il messaggio è lo stesso: l'equilibrio e l'orientamento spaziale non sono un dettaglio secondario. Sono la base su cui si costruisce ogni forma di interazione con il mondo, sia per un cervello biologico che per uno artificiale.


Dalla navigazione spaziale all'intelligenza spaziale

Oggi la ricerca sugli agenti embodied è esplosa. Non si tratta più solo di labirinti. Ricercatori di tutto il mondo stanno lavorando su agenti che devono navigare città reali usando le immagini di Google Street View, robot che manipolano oggetti basandosi su istruzioni in linguaggio naturale, droni che esplorano ambienti sconosciuti.

Un paper recente di grande interesse introduce il concetto di cognitive spatial intelligence: il framework BSC-Nav si ispira esplicitamente alla struttura della memoria spaziale biologica, distinguendo tra memoria dei punti di riferimento (landmark memory), conoscenza dei percorsi (route knowledge) e conoscenza dell'ambiente nel suo insieme (survey knowledge). Esattamente come fa il nostro ippocampo quando impariamo a muoverci in una nuova città.

La sfida più grande resta il passaggio dal simulato al reale (il cosiddetto Sim2Real transfer). Un agente che si muove perfettamente in un labirinto virtuale può trovarsi completamente perso nel mondo fisico, dove la luce cambia, gli ostacoli si muovono e il rumore sensoriale è imprevedibile. Suona familiare? È lo stesso principio per cui leggere un libro sulla neuroplasticità non basta: bisogna praticare, cadere, rialzarsi, e lasciare che il cervello si riorganizzi attraverso l'esperienza diretta.


Il filo che lega tutto

C'è un filo sottile che collega Bevilacqua che racconta come ha sconfitto l'ansia attraverso la neuroplasticità, Doidge che racconta di Cheryl che ritrova l'equilibrio, Goku che corre nella Stanza dello Spirito e del Tempo, e un agente AI che sviluppa spontaneamente grid cells per orientarsi in un labirinto.

Quel filo è l'idea che nessun sistema — biologico o artificiale — è statico. Che l'apprendimento non è un evento puntuale, ma un processo continuo. Che ogni sfida non è un muro, ma una porta.

La neuroplasticità ci insegna che il cervello cambia in risposta all'esperienza. Il reinforcement learning insegna lo stesso principio alle macchine. E Dragon Ball lo ha raccontato a milioni di bambini molto prima che la scienza e la tecnologia convergessero sulla stessa conclusione.

Chi nasce tondo non solo può morire quadrato. Può scegliere, ogni giorno, che forma avere.


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