La nuova corsa allo spazio non è nello spazio

Sto guardando For All Mankind e non riesco a smettere di pensare.

Se non lo conoscete: è una serie Apple TV+ che parte da un'ucronia semplice ma devastante. Cosa sarebbe successo se i sovietici avessero raggiunto la Luna per primi? La risposta della serie è che la corsa spaziale non si sarebbe mai fermata. Luna, Marte, Titano. Una competizione senza fine alimentata dall'orgoglio nazionale e dalla paura reciproca.

Guardandola, continuavo a pensare: questo sta succedendo adesso. Solo che il palcoscenico è invisibile ad occhio nudo.

La bandierina sulla Luna

Nella realtà, la storia è andata diversamente. Apollo 11, luglio 1969. Gli americani vincono. E quasi immediatamente, il Congresso inizia a tagliare il budget NASA.

Le missioni Apollo 18, 19 e 20 vengono cancellate una dopo l'altra per ragioni di budget e volontà politica. Il budget NASA aveva raggiunto il picco del 4,41% della spesa federale nel 1966, quando la competizione con i sovietici era al massimo. Una volta "vinta" la corsa, i fondi scesero a meno dell'1% nel giro di pochi anni, e non si sono mai ripresi davvero. Nixon disse ai suoi consiglieri che non vedeva la necessità di continuare. Il programma aveva servito al suo scopo: battere i sovietici. Era una bandierina da piantare, non una visione da costruire. E quando la politica guida la tecnologia ignorando chi conosce i limiti reali, le conseguenze possono essere devastanti, come ho raccontato in un altro articolo partendo da un'altra storia nata nello stesso periodo: il disastro del Challenger.

Nixon disse ai suoi consiglieri che non vedeva la necessità di continuare. Il programma era servito al suo scopo: battere i sovietici. Era una bandierina da piantare, non una visione da costruire.

E lo paghiamo ancora oggi. Nessun essere umano ha messo piede sulla Luna dal dicembre 1972.

For All Mankind immagina cosa sarebbe successo se quella competizione non si fosse mai fermata. La risposta è: saremmo su Titano. Ma nella realtà, senza un nemico da battere, l'entusiasmo si è dissolto.

La nuova corsa: i qubit

Il 9 maggio 2026, CAS Cold Atom Technology di Wuhan ha presentato l'Hanyuan-2: un computer quantistico da 200 qubit con architettura dual-core.

Per capire perché è una notizia importante, bisogna fare un passo indietro.

Un qubit è l'unità base del calcolo quantistico, l'equivalente del bit nei computer classici. La differenza fondamentale è che un bit classico può essere 0 oppure 1. Un qubit, grazie alla sovrapposizione quantistica, può essere 0 e 1 contemporaneamente, finché non viene misurato. Questo permette ai computer quantistici di esplorare milioni di possibilità in parallelo invece di provarle una alla volta.

L'Hanyuan-2 combina 100 atomi di rubidio-85 e 100 atomi di rubidio-87 in una configurazione dual-core: è il primo computer quantistico a passare da un'architettura single-core a una dual-core, esattamente come è successo con i processori classici nei PC degli anni 2000.

Ma la cosa che mi ha colpito di più è un dettaglio pratico: consuma meno di 7 kilowatt e non richiede raffreddamento criogenico. Può essere installato in un normale ambiente indoor. I computer quantistici di IBM e Google richiedono temperature vicine allo zero assoluto, infrastrutture enormi e costi proibitivi. L'Hanyuan-2 punta a qualcosa di diverso: accessibilità.

Perché dovrebbe interessarci

Qui arriva la parte che tiene svegli la notte.

La maggior parte della crittografia moderna, quella che protegge il tuo home banking, le comunicazioni militari, le infrastrutture critiche, si basa su un problema matematico apparentemente impossibile: la fattorizzazione di numeri enormi.

Moltiplicare due numeri primi giganteschi è facile. Trovare i due fattori partendo dal risultato, con un computer classico, richiederebbe miliardi di anni. È lì che si nasconde la sicurezza di internet.

Nel 1994, il matematico Peter Shor ha dimostrato che un computer quantistico sufficientemente potente potrebbe risolvere quel problema in ore. L'algoritmo esiste già. Manca solo la macchina abbastanza stabile da eseguirlo.

E c'è una cosa ancora più inquietante, che si chiama "harvest now, decrypt later": servizi di intelligence di vari paesi stanno raccogliendo oggi traffico internet cifrato, aspettando che i computer quantistici maturino abbastanza da decifrarlo. I tuoi dati di oggi potrebbero essere letti tra dieci anni.

Ma non è solo una storia di minacce. Le applicazioni positive sono altrettanto enormi.

AlphaFold e quello che viene dopo

Nel 2020, Google DeepMind ha presentato AlphaFold: un modello AI capace di predire la struttura tridimensionale di quasi tutte le proteine conosciute, circa 200 milioni, risolvendo un problema su cui i ricercatori lavoravano dagli anni '70. Un risultato così straordinario che Demis Hassabis e John Jumper di DeepMind hanno vinto il Nobel per la Chimica 2024.

AlphaFold usa intelligenza artificiale classica. Il quantum computing potrebbe fare lo stesso, ma con una potenza radicalmente superiore: simulare interazioni molecolari con precisione atomica, progettare farmaci nuovi da zero, modellare il clima, ottimizzare reti energetiche.

Se volete capire meglio questa storia, c'è un documentario bellissimo che si chiama "The Thinking Game" (2024), girato nell'arco di cinque anni dentro i laboratori di DeepMind. Racconta il percorso che ha portato ad AlphaFold, dalla prospettiva delle persone che lo hanno costruito. Google DeepMind lo ha reso gratuito su YouTube, e in quattro settimane ha raggiunto 200 milioni di visualizzazioni. Vale ogni minuto.

Il rischio che conosciamo già

Torniamo al parallelo con For All Mankind.

Il rischio con il quantum computing è lo stesso della corsa allo spazio: se rimane solo una gara geopolitica tra USA e Cina, rischiamo annunci gonfiati, progressi a singhiozzo e nessuna ricaduta concreta per le persone reali. Una bandierina su un qubit instabile non cambia il mondo.

Ma stavolta c'è una differenza strutturale: il quantum funziona solo se funziona davvero. Le applicazioni reali richiedono macchine che risolvono problemi concreti. La realtà tecnica forza una certa onestà, almeno in parte.

Speriamo che stavolta sia il progresso vero, e non l'orgoglio nazionale, a guidare la corsa.

La cosa più assurda

Quando ero piccola pensavo di trovarmi in un periodo "spento".

Mentre studiavo modellazione 3D pensavo a quanto avevo "perso" non vivendo i momenti magici: l'era dei flying logo, quei loghi 3D rotanti che erano la dimostrazione di forza di ogni computer dell'epoca, o momenti come Tin Toy di John Lasseter del 1988, il primo corto CGI a vincere un Oscar, dove il bambino che avrebbe dovuto essere tenero risulta oggi quasi horror puro.

© Pixar Animation Studios / Disney (1988). Immagine utilizzata a scopo illustrativo e critico.

Quella storia è bellissima: Lasseter dovette convincere Steve Jobs a investire 300.000 dollari di tasca sua per finanziarlo, mentre Pixar era sull'orlo del fallimento. Il team dormiva sotto le scrivanie per finirlo in tempo. E quel baby orrorifico convinse Disney a collaborare con Pixar, portando poi a Toy Story. All'epoca era un miracolo tecnologico.

Quelli erano i momenti magici, pensavo. Io sono arrivata tardi.

Poi guardo quello che sta succedendo adesso, un Nobel per un'AI che ha risolto 50 anni di biologia, un computer quantistico cinese con architettura dual-core senza raffreddamento criogenico, e mi rendo conto che stavo guardando nella direzione sbagliata.

Forse ogni generazione si sente così. Forse il momento magico è sempre quello in cui ci troviamo, se sappiamo dove guardare.

To infinity and beyond!

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