Dopo una settimana, dopo averne parlato ininterrottamente con mia moglie, mi rendo conto che avevo bisogno di raccontare e condividere in maniera più ampia, dei giorni che per me sono stati molto importanti.
I Boosha Leadership Days: giornate piene di stimoli, di idee, di domande, di ascolto, ma soprattutto di persone.
Eravamo in undici, identificati come le figure che costruiranno il nuovo board dell'azienda. Il che vuol dire che i giorni di cui vi parlo non erano un team building: erano giorni in cui si proponeva e poi si decideva come vogliamo funzionare.
Dal 4 al 7 settembre ci siamo "chiusi" all'Anima Antiqua, un resort a Gioia Sannitica, in provincia di Caserta, ai piedi del Matese. Verde tutto intorno e nient'altro, che per giornate così è esattamente la condizione giusta. L'ultimo giorno ci siamo spostati a casa di Mario, a Caserta.
(Se sei nuovo da queste parti, due righe di contesto.)
Boosha è la realtà in cui lavoro. Si occupa di integrazione dell'intelligenza artificiale nei processi aziendali, ma partendo dai problemi reali e non dalla tecnologia fine a sé stessa, su tre pilastri: formazione, consulenza e sviluppo di soluzioni custom. Quello che la distingue, e che ho imparato a riconoscere giorno dopo giorno, è la cura: verso i clienti, verso i processi, e soprattutto verso le persone del team. 👉 boosha.it
(Se ti sei persa o perso le puntate precedenti, il mio primo incontro dal vivo con questa tribù è qui, e il secondo team building con l'AI Week è qui.)
Abbiamo affrontato quelli che a prima vista possono sembrare argomenti pesanti, o noiosi: parlare di procedure, di struttura, di direzione.
Invece in queste giornate si sono formate delle nuvolette semantiche nella mia testa, perché parole come Ascolto, Osservare, Perché sono state il filo conduttore un po' di tutti gli speech presentati dal team.
E potrebbero sembrare parole e meccanismi scontati, ma vi assicuro che per me non lo sono. Soprattutto nella sfera lavorativa, ma anche nella nostra sfera umana, e più intima.
Ascoltare
Ascoltare, dove il dissenso viene prima della scelta: si ascolta, si portano alternative e si chiariscono gli impatti.
Questa definizione, come tutte le altre che sono state raccontate in questi giorni di retreat, è una di quelle "definizioni" che non valgono solo nel mondo del lavoro.
How vs What
Andare a fondo a qualcosa, avere curiosità per quel qualcosa, analizzarlo e poi raccontarlo. Partendo dall'ascolto e dalla voce, passando quindi da una comprensione e un approfondimento.
Anche qui, ditemi se non sono cose che cerchiamo a 360 gradi nelle nostre vite.
Partire dal perché
Questa cosa mi colpisce tantissimo, perché io cerco di stimolarmi ogni giorno con la pratica del Bujo, dove ogni mattina e durante la giornata chiedersi "perché" è alla base.
Dove la migration porta a chiederti, e quindi ad ascoltarti, se una determinata cosa per noi è importante, e quindi va mantenuta e spostata per essere portata avanti nel futuro, oppure tagliata. Chiarire quindi cosa è compreso e importante, e cosa no, nelle nostre attività.
Ne ho scritto tempo fa, mettendo il Bullet Journal accanto alla scala dell'inferenza causale di Judea Pearl: Il bullet journal e AI causale, alla ricerca del why. Il canto del gallo non fa sorgere il sole, e una migration non è una lista di cose da rifare: è un intervento.
Comunicazione del perché
Sia verso un collega, un cliente, e anche qui nella nostra vita: comunicare perché per noi quella cosa è importante, e quindi essere in grado di spiegarla, di fare in modo che il nostro interlocutore, appartenente a una qualsiasi sfera, sia perfettamente in grado di capire il contenuto di ciò di cui stiamo parlando.
Percepire gli altri
Capacità di analizzare chi abbiamo di fronte, capacità di adattarci al contesto.
Questa è una di quelle cose che mi rendo conto, come sviluppatrice, tendo a eliminare. Lavorando sulla parte tecnica, e parlando spesso da sola con la mia paperella di gomma, mi rendo conto di formulare un pensiero, una spiegazione, in linea con la mia testa, il mio modo di ragionare e pensare. Ed è una sfida fantastica quella di modulare e semplificare un pensiero, un concetto.
Cosa che anche nel mio lavoro so che mi aiuterà a ragionare in maniera ancora più chiara: più semplifichiamo, più riduciamo alla minima unità, più saremo in grado di capire il passaggio che segue quello in cui ci troviamo.
È lo stesso identico lavoro di cui ho parlato qui: Rocky, Grace, il mattoncino e perché capirsi tra mondi diversi è il vero lavoro. Grace non riesce a comunicare con Rocky perché è più intelligente. Ci riesce perché non pretende che l'altro diventi come lui, e costruisce un mattoncino alla volta il terreno comune.
Curiosità e comunicazione
Pensavo di essere una persona curiosa, pensavo di auto stimolare i miei pensieri con letture completamente diverse, con le mie passioni e i miei hobby. E non sto affermando il contrario. Ma vedere e ascoltare come gli altri percepiscono il mondo, lo vivono e lo raccontano, ha innescato un sacco di movimento.
E l'idea portante è anche trasmettere questa voglia di curiosità: partendo dal perché, semplificando i concetti, e ancora percependo gli altri, e percependo noi stessi. Come ci muoviamo, come interagiamo, sia fisicamente che verbalmente. Come possiamo ridurre la percezione di distanza con il nostro interlocutore.
Persone, e la sensazione di appartenenza più naturale del mondo
Noi lavoriamo tutti da remoto, e vedere la naturalezza con cui ci viviamo ogni volta che ci incontriamo per qualche giorno, per me è disarmante. Di giorno eravamo immersi nei talk, nelle presentazioni, nei ragionamenti. Di sera tutte queste cose, con una naturalezza che non riesco a descrivere, prendevano forma.
- Dal vedere insieme un documentario sul "Fallimento", non come punto di fine, ma su come delle persone, con infinite idee e un continuo stimolo di gruppo, siano arrivate a creare qualcosa "troppo avanti". Parlo del documentario sulla storia di General Magic: https://www.youtube.com/watch?v=uTdyb-RWNKo E lo abbiamo visto insieme, su una terrazza, con un proiettore. Ci siamo rivisti nella carica, nella spinta, e nell'idea che il fallimento non è la fine del mondo. Un nostro errore oggi è un'opportunità di crescita, può essere un nuovo inizio.
- Dal giocare a Tabù, anche se morti di sonno, al punto tale che il nostro cervello non riusciva più a produrre associazioni sensate. Ma la voglia di stare insieme e di ascoltarci era troppo grande.
- Dal lavorare insieme su una delle idee e delle procedure nate proprio in quei giorni, con la voglia di spingere e di farlo, perché porca paletta, quanto è meraviglioso fare qualcosa che ti piace, e quando ti senti trasportato dal vento. Quando facevo arti marziali, il mio maestro, per farci comprendere una tecnica e per trasmettercela, oltre alla ripetizione usava delle associazioni. Qualcosa che potesse farti anche solo assaporare la sensazione. E quando la tocchi, anche solo per un attimo, tenti di portartela dietro e di sbloccarla. Banalmente, per comprendere lo scatto durante il "saltello" nel combattimento, a un certo punto, mentre eri in aria, un compagno ti spingeva da dietro e "volavi" in avanti. E taaaaaac, quella era la sensazione che non riuscivi a provare da sola. Quello era lo scatto, la sensazione di velocità che andava ricercata. Ecco, immaginate questo tac su tutte le cose che vi sto raccontando.
- Dal lavorare sul divano accanto a Marco, e confrontarci al volo su quello che stiamo facendo.
- Dal condividere la non sana abitudine di fumare una sigaretta con i 2 Daniele. 🙂
- Dal sorridere in piscina, mentre stiamo semplicemente insieme, osservando chi ho intorno.
- Dal condividere la stanza con Mary, e anche qui sentirsi a casa, raccontarci, confrontarci. E non ci eravamo mai conosciute dal vivo!
Piccola confessione: le rondini
All'Anima Antiqua c'erano le rondini. Tante. E io sono cresciuta a pane e Hitchcock, quindi il mio cervello ha fatto l'unica cosa che sapeva fare: si è agganciato e non si è più staccato.
Ho passato ogni momento libero a inseguirle con il telefono. Risultato: sono tornata a casa con una galleria piena di rondini in volo e zero foto del team. Nemmeno una.
Quindi se in questo articolo trovate poche facce e molti pennuti, sapete a chi dare la colpa. A me, e un po' a Hitchcock. 🐦
Gestione del tempo, libertà, la Reggia
Su questo rifletto parecchio. Non ho mai avuto nessuna imposizione in Boosha: sono io che a volte cado in meccanismi, non so se definirli rigidi.
E mi ha sorpreso come l'ultimo giorno, quello a casa sua, Mario mi abbia detto non so quante volte "Andiamo a vedere la Reggia". Che essendo a Caserta vuol dire la Reggia. E più volte il mio cervello è scattato in un "non posso, non ho tempo". Fino a quando è arrivato un "Spegni tutto e andiamo alla Reggia, non puoi non vederla".
Tilt del mio cervello numero 1: naturalezza, vivere un'esperienza, il resto può essere recuperato.
Arriviamo alla Reggia, e il mio cervello, che era ancora pieno di quello su cui stavo lavorando fino a un attimo prima, si è svuotato. La bambina che è in me si è lasciata immergere nel verde infinito, e nel girare in bici un posto totalmente nuovo, che ti riempie gli occhi.
Tilt del mio cervello numero 2: "Vero, io ora torno giú al volo, tu esplora, vai verso i boschi che ci sono mille cose, che io devo recuperare un dente di dinosauro".
Ora analizziamo insieme la frase, su due punti fondamentali per una nerd come me:
- TU ESPLORA
- DENTE DI DINOSAURO
Sul secondo, sì, era letterale: ne aveva comprato uno e doveva andare a ritirarlo. Ho scoperto in quel momento che esiste al mondo una persona più appassionata di dinosauri di me, cosa che fino a quel giorno non ritenevo tecnicamente possibile.
Sul primo, ancora oggi, dopo quasi una settimana, il mio cervello fa fatica. "Tu esplora", detto così, senza condizioni.
E rifletto sul mio "non ho tempo", e su quel tempo che invece si è trasformato in un punto di contatto, in sensazioni che hanno semplicemente liberato la mia mente, per affrontare con occhi diversi quello su cui stavo lavorando.
Non so se questo valga per tutti, ma il mio cervello a volte tende a scavare, scavare, scavare. A porsi domande che portano a nuove scoperte, e non dico che sia sbagliato (o meglio, non lo dico oggi, sempre grazie a Boosha, che mi permette di essere me stessa). Ma sapere che puoi staccare anche solo per mezz'ora per vivere un momento, e poi tornare sui propri passi, beh, questo è stato tilt del mio cervello numero 3.
È buffo, perché è esattamente la cosa di cui ho scritto parlando di reti neurali: Il potere della non linearità. Impilare strati lineari uno sull'altro non ti fa imparare niente di nuovo: resti dentro la stessa retta. Serve una piegatura, qualcosa che sposti lo spazio. Mezz'ora in bici dentro un parco è una ReLU.
Perché la chiamo realtà alternativa
Tutto quello che vi sto raccontando, spesso mi sembra appartenere a una realtà alternativa. Quella che immaginiamo come "fuga" da quella in cui viviamo. E accettarla come quella vera è semplicemente "WoooooW".
Uso questa parola con cognizione di causa.
Prima di Boosha ho vissuto altri contesti aziendali in cui i team days esistevano, ed esteticamente erano molto simili a questi. Le stesse giornate fuori sede. La differenza è che lì la sinergia finiva con la valigia. Si tornava alla scrivania, e ascolto, confronto e dissenso restavano dov'erano: nei ricordi di quelle giornate.
Per anni ho quindi creduto che quel modo di stare insieme fosse la parentesi, e che il resto fosse la normalità a cui tornare.
Ecco perché continuo a chiamarla realtà alternativa. E perché la cosa che mi ha spiazzata di più in questi giorni non è stata quello che ci siamo detti durante gli speech, ma ritrovarlo intatto il lunedì mattina, in una call qualunque.
Cosa mi porto a casa
Le realtà "alternative" possono essere quelle in cui realmente vivi.
Io mi sono ritrovata in questa realtà in corsa, e quindi non posso che ringraziare Giada, Mario, Davide, Marco, Roberto, i nostri 2 Daniele, Lorenzo, Luca, Cristiano. Per come hanno portato avanti Boosha, e per come trasmettono ogni giorno questi valori.
Mi porto a casa infiniti spunti, idee, e cose che porteremo avanti. Ma insieme.
Mi porto a casa un nuovo ruolo che, invece di spaventarmi, mi accende. Accende tanti lati di me, e tanta voglia di crescere sulle tantissime forme che comporterà. Su cosa sia, per ora non mi sbilancio: stay tuned. 👀
Mi porto a casa il non essere sola. L'essere in un ambiente in cui non solo si può parlare, ma lo si può fare senza nessun timore: basta parlare, spiegarsi, motivare.
Mi porto a casa un pezzo di futuro, che mi è stato regalato da Mario. Degli occhiali che portano la mia postazione portatile a un livello stratosferico, dove posso sperimentare con tutte le mie idee semplicemente con il mio cellulare, una tastiera portatile e degli occhiali, tutte le volte che avrò voglia di immergermi e sperimentare. E anche di giocare!
Se vi state chiedendo cosa ci sia dietro a quella postazione, ne ho scritto qui: Fold, tutto si piega tranne la sessione. Il telefono si piega, la tastiera si piega, e il lavoro resta dritto a casa grazie a mosh e tmux. Adesso, al posto dello schermo, ci sono gli occhiali.
Verso l'infinito e oltre. 🚀